IL SILENZIO CHE PARLA
C’era una volta, e forse c’è ancora, una donna che aveva fatto del silenzio la sua dimora. Non un silenzio vuoto, non l’assenza di suono, ma una pienezza talmente ricolma di vita da far impallidire le parole degli uomini. Perché certe voci, si sa, gridano più forte quando tacciono.
Zoé Alef Zel.
Se sei riuscito a penetrare l’anima di questa donna, lettore, o sei donna anche tu, o sei un uomo che ha imparato a guardare oltre la superficie del mondo. Per gli altri, per i distratti, per quelli che corrono senza mai fermarsi, Zoé rimarrà per sempre un enigma, un profumo che si avverte ma non si afferra, un lampo all’orizzonte che scompare prima ancora di averlo davvero visto.
Zaz. Così la chiamava lui. Suo nonno. E in quel diminutivo, in quelle tre lettere lievi come un battito d’ali, c’era già tutto: la leggerezza di chi non possiede, la grazia di chi attraversa la vita senza mai appesantirla.
Perché Zaz è una rondine che non conosce nidi.
Non ha mai imparato a costruire pareti attorno al suo cuore, non ha mai cercato ripari sicuri dove custodire le sue paure. Non conosce case, non conosce dimore fisse. La sua casa è altrove, sempre altrove, in quel luogo misterioso che i suoi occhi guardano quando sembra persa nel vuoto.
Zaz conosce l’alba.
La conosce come si conosce un’amica fedele, quella che arriva puntuale ogni mattina a ricordarle che la luce vince sempre, anche quando la notte sembra non voler cedere il passo. E conosce i tramonti, li accoglie sulla sua pelle bianca come la sabbia della sua terra, quella sabbia che il mare del mar Esperico bagna e ribagna da millenni, raccontando storie che nessuno ascolta.
La sua pelle. Bianca di quel bianco che non è assenza di colore, ma pagina ancora intonsa, attesa, promessa. Sabbia che aspetta che qualcuno ci scriva sopra, ma che nessuno potrà mai possedere.
Perché Zaz ha fatto del silenzio la sua lingua madre.
Non fraintendetemi: non è solitudine, la sua. La solitudine è un deserto arido, è l’assenza dell’altro, è il vuoto che pesa e che schiaccia. Il silenzio di Zaz è parola. Ma parola che non ha bisogno di uscire, di farsi suono, di attraversare l’aria per raggiungere l’altro. È parola che resta, che dimora, che abita. Parola scritta nel libro segreto dell’anima, prima ancora di essere trascritta sui fogli che poi diventeranno poesie.
Parola nuova, viva, feconda, sorprendente.
Zaz ha accettato la propria solitudine. E in questo è stata più saggia di tutti noi, che passiamo la vita a fuggirla, a riempirla di rumore, di presenze, di impegni, di voci televisive e canzoni diffuse. Zaz ha capito che la solitudine, quando la smetti di combatterla, quando la accogli come si accoglie un ospite inatteso, si trasforma. Cessa di essere nemica e diventa amica. Cessa di essere assenza e diventa presenza.
Essere amica di se stessa. Ecco il segreto. Solo chi impara a stare con sé, dentro sé, senza paura, senza noia, senza quel desiderio febbrile di evasione che ci consuma, può davvero incontrare l’altro. Solo chi abita la propria casa interiore può ospitare qualcuno.
E così Zaz è diventata amica dell’Universo.
L’Universo, quel vasto silenzio stellato che da sempre le chiede risposte. Le chiede con la voce del vento, con il ritmo delle onde, con lo scorrere immutabile delle costellazioni. E lei risponde. Non con parole, non con suoni. Risponde con interminabili istanti di silenzio.
Istantanee di eternità.
Sono così intensi quei momenti, così pieni, così vibranti di vita trattenuta, che sembrano durare per sempre. E forse durano davvero. Perché quando il tempo si ferma, quando l’anima si spalanca e lascia entrare l’infinito, allora l’eternità non è più una promessa lontana, ma una presenza viva, qui, adesso, in questo respiro che si allarga e accoglie il mondo.
Nei mesi invernali, quando il freddo costringe gli altri a chiudersi in casa, a cercare il caldo dei termosifoni e delle abitudini, Zaz cammina lungo le spiagge del mar Esperico. Le sue giornate diventano allora un rituale, una condizione indispensabile per coltivare la propria vita interiore.
Cammina. Guarda il mare. Ascolta.
Non fa nient’altro. O forse fa tutto. Perché in quei luoghi, in quegli spazi aperti dove il cielo incontra l’acqua in una linea perfetta che sembra disegnata da Dio, Zaz impara a controllare l’immaginazione e la memoria.
Prima esperienza di silenzio.
Immaginazione e memoria: le due grandi distrazioni dell’anima. La prima ci proietta in avanti, in un futuro che non esiste ancora, popolato di sogni e paure. La seconda ci trattiene nel passato, in ciò che è stato e non tornerà, in ciò che poteva essere e non è stato. Entrambe ci rubano il presente, l’unico tempo che davvero abbiamo.
Zaz le tiene a bada. Le guarda passare come si guardano le nuvole: vengono, vanno, si trasformano, ma il cielo resta. Lei è quel cielo.
E in questo esercizio quotidiano di presenza, di attenzione, di amore che si libera da tutto ciò che è eccessivamente carico di razionalità, da tutta quell’indifferenza che indurisce il cuore degli uomini, Zaz riesce a entrare nel cuore della poesia.
La poesia profonda e quieta. Non quella che grida, non quella che si agita, non quella che vuole stupire a tutti i costi. Ma quella che sussurra, che attende, che si svela piano, come una carezza che non hai chiesto ma che ti scalda dentro.
Le poesie di Zaz.
Sono essenziali, come tutto ciò che è stato spogliato del superfluo. Autentiche, perché non mentono mai, nemmeno per sembrare più belle. Palpitanti, perché vengono da un cuore che batte, che vive, che trema. Calde e incandescenti, come brace sotto la cenere. Trasparenti, come l’acqua di quella sorgente che nessuno ha mai inquinato.
Poesie da prendere sul serio.
Perché hanno un peso, queste poesie. Non sono parole messe lì per caso, non sono giochi di società, non sono esercizi di stile. Sono brandelli di carne. Parti vive, parti dolenti che si staccano dalla persona che parla.
Ogni poesia è un parto. Viene da lontano, da un altrove che non si può localizzare su nessuna mappa. Da una zona segreta, nascosta, dove le parole giacciono come gemme nella roccia, aspettando che qualcuno abbia il coraggio di andare a cercarle, di estrarle con fatica, di portarle alla luce.
Un lento, faticoso lavoro di estrazione.
Zaz scava dentro di sé. Scava con pazienza, con dedizione, con quella determinazione silenziosa che hanno solo i veri cercatori. E quando trova la parola giusta, quando finalmente la libera dalla roccia che la imprigionava, allora quella parola contiene una carica infinita di amore.
È un dono prezioso, da custodire gelosamente.
Perché quelle parole possono entrare nel profondo dell’anima. Possono arrivare dove nessun discorso, nessuna predica, nessuna lezione potrà mai arrivare. Toccare corde che non sapevamo di avere, risvegliare parti di noi che avevamo addormentato, forse ucciso.
Le poesie di Zaz possono aiutarci.
Possono aiutarci a compiere la nostra piccola rivoluzione quotidiana. Quella che non si fa con le armi, non si grida nelle piazze, non occupa i telegiornali. Ma è l’unica vera rivoluzione, l’unica che può cambiare davvero qualcosa.
Partire da sé. Dal cambiare, trasformare, sistemare qualcosa nei pressi del nostro Io. Da quel disordine interiore che tolleriamo da anni, da quelle ferite che non abbiamo mai curato, da quelle paure che non abbiamo mai guardato in faccia.
Prima di tutto.
Poi... chissà.
Forse, dopo, ci inoltreremo un poco più in là. Passo dopo passo, piano, senza fretta. A viverle, queste poesie. O più semplicemente, a fare ciò che dicono.
Perché la poesia, quando è vera, non si limita a parlare. Indica una strada. E chi ha occhi per vedere, orecchi per ascoltare, cuore per accogliere, non può più rimanere fermo.
Così parlò di Zoé Alef Zel colui che per primo ebbe il privilegio di raccoglierne i versi, di custodirne il segreto, di offrirlo al mondo.
L’editore, Salvatore Monetti.
Ma questa, naturalmente, è solo la sua versione. La versione di un uomo che ha incrociato il cammino di una rondine, e ne è rimasto folgorato.
La verità su Zaz, lettore, sta altrove. Sta nel silenzio che abita queste pagine, nelle parole che non sono state scritte, negli spazi bianchi tra una poesia e l’altra.
Sta in te, se avrai il coraggio di fermarti, di ascoltare, di entrare in quel silenzio.
Di diventare, anche tu, amico dell’Universo.
Monetti Editore promuove la cultura dando voce ad autrici e autori che esplorano le profondità dell'animo umano e le complessità del nostro tempo, offrendo uno spazio editoriale a nuove idee, emozioni e riflessioni sociali.

LIBRO DELLA SETTIMANA
NARCISO IL TORMENTO DELL’ANIMA
di PATRIZIA MARIA MACARIO
Esistono libri che si leggono. Esistono libri che si studiano. E poi esistono quei rari libri che, pagina dopo pagina, ti attraversano. Ti entrano nelle ossa, si insinuano nei silenzi che credevi di aver dimenticato e, senza clamore, ti restituiscono una verità che forse avevi smesso di cercare.
Narciso. Il tormento dell’anima è uno di questi.
Ho tra le mani un’opera che non teme di guardare il male negli occhi, e lo fa con la precisione chirurgica di chi il male lo ha subito, analizzato, smontato pezzo dopo pezzo per poterne infine parlare senza essere più posseduta. Non è un trattato di psicologia, sebbene la lucidità analitica ne percorra ogni pagina. Non è una memoria intima, sebbene la voce che lo abita sia così autentica da sembrare, a tratti, un monologo interiore che il lettore fa proprio senza accorgersene. È piuttosto un’opera di frontiera: il racconto di una sopravvivenza che diventa, con pazienza artigianale, strumento di conoscenza.
L’autrice compie un’operazione letteraria e umana insieme. Ci conduce dentro il meccanismo perfetto e perverso del narcisismo patologico – la maschera di affabilità, il corteggiamento come trappola, la lenta e inesorabile riscrittura della realtà – ma non si limita a descrivere il carnefice. Il suo sguardo, e qui sta la cifra più alta di questa scrittura, si posa con altrettanta onestà sulla vittima. Su di sé. Sulla parte di sé che ha scambiato la dipendenza per amore, la paura per passione, l’annullamento per dedizione.
Leggendo, ho pensato a quanto sia difficile raccontare il dolore senza autocommiserazione, e quanto sia ancora più difficile farlo con la chiarezza di chi ha dovuto attraversare il buio più volte prima di imparare a riconoscerne i segnali d’ingresso. Questo libro è il frutto di quel lungo apprendistato. Non c’è ingenuità in queste pagine, e non c’è nemmeno cinismo. C’è la sapienza amara e dolcissima di chi ha smesso di chiedersi “perché a me” per cominciare a chiedersi “cosa posso imparare perché non accada più”.
E poi, a un certo punto, accade qualcosa di inaspettato. La scrittura cambia registro. Il respiro si allarga. Dopo il racconto del tormento, dopo la cronaca minuziosa delle relazioni che consumano, emerge una figura nuova: la Nemesi.
Non la dea della vendetta, badiamo bene. Non c’è, in queste pagine, il facile conforto della rivalsa. La Nemesi che nasce dal silenzio e dalla pratica paziente di sé è altra cosa. È la donna che ha smesso di attendere salvezza perché ha imparato a essere, lei stessa, la propria salvezza. È la voce che non chiede più, non supplica più, non si dissolve più nell’altro perché ha ricomposto, frammento dopo frammento, il proprio centro.
Da scrittore, sono rimasto colpito dalla struttura stessa del libro, che procede per cerchi concentrici: ogni capitolo sembra riportare la protagonista allo stesso punto di partenza, ma ogni volta con una consapevolezza più alta. È una forma che ricorda il percorso terapeutico più autentico, quello che non procede in linea retta ma a spirale, dove ogni ritorno al dolore è in realtà un superamento. E la scrittura si fa specchio fedele di questo movimento: intensa, sincera, capace di reggere il peso della ripetizione senza mai cadere nella retorica.
C’è un passaggio, in particolare, che mi ha fermato. L’autrice scrive: “Mi ero convinta che amarlo significasse sopportare, giustificare, restare. E in questo inganno sottile avevo scambiato la sottomissione per dedizione, la paura per passione, il dolore per profondità.”
Queste parole sono il cuore di ogni relazione tossica. E metterle sulla pagina con questa nudità, senza schermi, senza l’alibi della letteratura, è un atto di coraggio che merita il massimo rispetto. Perché non si scrive così senza aver pagato un prezzo. Non si scrive così senza aver toccato il fondo e aver deciso, comunque, di risalire.
Ma questo libro non è solo per chi ha vissuto l’inferno del narcisismo patologico. È per chiunque abbia amato qualcuno che non sapeva amare. Per chi si sia mai chiesto, in una relazione, se fosse giusto sentirsi così poco. Per chi abbia scambiato il dolore per intensità e la sofferenza per prova d’amore. E, credo, anche per gli uomini che non hanno mai avuto il coraggio di guardare in faccia il meccanismo di cui sono stati, talvolta inconsapevolmente, artefici.
L’autrice non offre ricette. Non promette guarigioni facili. Non si erge a maestra di nulla se non della propria esperienza, attraversata con una tenacia e una lucidità che fanno di questo libro non solo un atto letterario ma un gesto politico nel senso più alto: restituire linguaggio a ciò che tace, nome a ciò che confonde, forma a ciò che distrugge.
E poi, alla fine, dopo il viaggio nel buio, dopo le cadute e le risalite, dopo il diario e la solitudine e la faticosa ricostruzione di sé, c’è l’amore. Non l’amore che chiede, non quello che si annulla, non quello che si accontenta di briciole. Un amore diverso, conquistato, finalmente scevro dal bisogno. Un amore che può esistere solo dopo aver imparato, prima di tutto, ad amare se stessi.
“Oggi la parola che amo di più è ‘rispetto’”, scrive l’autrice nell’epilogo, “ed è più forte dell’amore, ed è ciò che dopo trent’anni mi tiene legata a colui che ho rispettato in nome dell’amore.”
Questa frase, così semplice e insieme così radicale, potrebbe essere la sintesi di tutto il libro. Perché il rispetto, a differenza dell’amore inteso come fusione, è una scelta consapevole. È un limite che si pone. È una dignità che non si calpesta. È la condizione, forse, per un amore che non distrugga più.
Non so se esista una guarigione totale dalle ferite che questo libro racconta. Ma so che esiste la trasformazione. E so che quando un’esperienza così intima e dolorosa viene lavorata fino a diventare scrittura, fino a diventare dono per gli altri, allora il male ha smesso di essere l’ultima parola.
Per questo Narciso. Il tormento dell’anima non è solo un libro. È un atto di giustizia poetica verso se stesse e verso tutte quelle che non hanno ancora trovato il modo di dire ciò che hanno vissuto. È una mappa per chi è ancora nel tunnel. È una carezza per chi ne è appena uscita, stordita dalla luce. Ed è, per chiunque lo legga, l’occasione rara di incontrare una verità che non giudica, non condanna, ma semplicemente – potentemente – riconosce.
Chiuderlo non è come chiudere un romanzo. È come uscire da una stanza in cui si è stati finalmente ascoltati. E portarsi dentro, per sempre, quella voce che dice: non sei stata tu a sbagliare. Sei stata tu a credere. E quel coraggio, oggi, è la tua forza più grande. L’Editore, Salvatore Monetti
EVENTI 2026
La Casa Editrice Monetti Editore si distingue per la sua costante e qualificata partecipazione a fiere del libro di grande prestigio, come il Salone Internazionale del Libro di Torino, la Frankfurter Buchmesse di Francoforte, il Festival del Libro di Napoli, Casa Sanremo Writers, "Libro Aperto” Festival della Letteratura - Baronissi (SA), consolidando così la propria presenza nel panorama editoriale nazionale e internazionale.
TRIONFO ASSOLUTO PER PINO SOZIO: È LUI IL VINCITORE DEL PRIMO POSTO A CASA SANREMO WRITERS 2026.
La Monetti Editore celebra il suo CAMPIONE e lo strepitoso successo del tris d'oro:
Francesca De Sio, Mary Mulazzani, Lucia Nardi.
EVENTI APRILE 2026



SIAMO FELICI DI RISPONDERE A QUALSIASI TUA RICHIESTA


manoscritti@monettieditore.it
commerciale@monettieditore.it
redazione@monettieditore.it
