La Bellezza è un grande enigma. Ed è forse davvero l’unica cosa che
può salvarci la vita, o dare un senso più ampio e completo ad essa. Così
come la vita umana non può essere concepita esclusivamente con la sua
forma biologica, così la comprensione della Bellezza non può essere
affidata esclusivamente all’estetismo delle forme o all’Estetica come
contenitore concettuale primigenio. Per definizione la Bellezza è la
qualità capace di appagare l'animo attraverso i sensi, divenendo oggetto
di meritata e degna contemplazione. Negli episodi poetici di “svariata
bellezza” che compongono questa silloge scritta a quattro mani, è la
bellezza ribelle che si è rivelata e che ha scrutato, giudicato, invaso e
sublimato la nostra essenza e non viceversa. La bellezza non è il fine
della ricerca, ma la domanda che non smette di indagare in noi una
qualche forma degna di risposta e noi siamo umili mezzi per rispondere,
siamo i filtri (talvolta sporchi) della sua espressione, siamo i
messaggeri della sua stessa Parola. Ribelle significa insofferente di
ogni autorità, soggezione, imposizione. Una bellezza ribelle è quella
che, quindi, non si fa definire, ingabbiare, imprigionare da definizioni
preconcette che vorrebbero immobilizzarla, fissarla e svilirla.
E di qui l’atto di ribellione, il vedere la bellezza come sentire,
come approccio, come sguardo sulle cose piuttosto che come un oggetto
perfetto osservato e da osservare, giudicare e classificare.
Nel rendere il loro personale omaggio alla Bellezza, le autrici non
hanno assolutamente evitato le vie tradizionali di analisi già battute e
dibattute, infatti nel testo citano diversi miti e personaggi che, come
echi classici e muse, le hanno ispirate, ma sono anche volute andare
oltre, superando limiti e schemi, in parte come la società liquida
impone, in parte per lo squisito piacere del binomio inusuale e
dell’ossimoro intrigante.
Fin dagli albori della civiltà, da quando cioè l’essere umano ha
preso consapevolezza di sé e del suo ruolo nella natura, e ha alzato gli
occhi al cielo tentando di spiegare e capire gli astri e le stelle,
l’uomo ha avuto bisogno, per vivere pienamente un’esistenza interiore,
di entrare in relazione con la Bellezza. Per questo probabilmente si è
rivelata anche la mistica, che è la percezione sublime di un Altrove
invisibile, dove si colloca tutto l’apparato divino e deiforme delle
varie culture e religioni. La Grecia poi ha scritto un suo speciale
trattato sulla Bellezza, con i suoi scultori e i suoi filosofi che
partivano dalla perfezione delle forme per esemplificare un’altrettanta
corrispondente perfezione delle virtù morali, in quanto ciò che era
bello doveva essere anche buono e giusto. Prassitele, il più grande
degli scultori ellenici, rendeva plastica la bellezza del corpo,
attraverso pose ricurve e braccia armonicamente sollevate in aria, che
dava forza dirompente alla dimensione percettiva e immaginifica
collegata al primo livello sensoriale, ossia quello visibile, materico
carnale, attraverso il quale si sale il primo gradino di una sterminata
scala di innalzamento verso l’esperienza più totalizzante della vera
Bellezza, che si manifesta su piani multipli.
Con questa silloge proprio lungo questa scala vorrebbero inoltrarsi,
Morena Oro e LuNa, senza chiedersi quanti gradini abbiano già salito o
quanti sarebbero in grado di salirne.
La loro esperienza umana, la passione per la poesia e la spiccata
attitudine all’osservazione introversa delle cose ha mostrato loro che
la Bellezza s’innalza e, quando dà ragione d’essere, ha una sua
anarchia, una sua affascinate caratteristica ribelle che riscrive
continuamente i limiti e i parametri riconosciuti all’in-terno dei quali
un pensiero fisso e rigido tende a imprigionarla. La Bellezza può e
deve plasmarsi e modellarsi sulle cose del mondo ma allo stesso tempo,
attraverso questa azione, deve trasfigurarle e farsi “questione vitale e
personale” per ognuno di noi.
Già Oscar Wilde ne tentò una sintesi ne “Il ritratto di Dorian Gray” dove asseriva che “la bellezza è la meraviglia delle meraviglie” e che “il vero mistero del mondo è ciò che si vede, non l’invisibile.”
La giovinezza e la bellezza, per lo scrittore, erano le uniche cose per
cui valeva la pena di vivere. Ben consapevole che ci si legava, in
questa idolatria edonista, a qualcosa di così estremamente fugace da
renderle persino tragiche e distruttive, così come il bellissimo
giovane, affamato di vita, dimostra nelle pagine del famosissimo
romanzo. La Bellezza quindi non prevede più solo contemplazione e
partecipazione passiva ma richiede anche un’azione cosciente e
infaticabile affinché non rimaniamo segregati nel ruolo di spettatori ma
di creatori attivi nel potenziamento di tale dimensione, che prima è
personale, e poi successivamente si manifesta sul piano collettivo.
L’opera, suo malgrado, chiede pertanto al lettore di rivedere il
concetto di Bellezza canonica formalizzato dalla letteratura, dall’arte e
dalla visione sociale, cui siamo più abituati, a favore di un diverso
approccio, forse anche meno ortodosso, che preveda un ampliamento di
sfumature che coinvolgano alla pari gli aspetti più estremi, minori,
nascosti e più oscuri della Bellezza.
Essa difatti, nella sua percezione complessiva, deve generare armonia ma, come scrive Umberto Eco, “l’armonia non è assenza ma equilibrio di contrasti”.
Perciò, sul gioco e sull’accento di questi contrasti, ordisce la sua
trama la sequenza dei ventidue episodi (ventidue come gli arcani
maggiori dei Tarocchi) lirici trattati nella silloge. Occorre quindi non
lasciarsi spaventare dalle tonalità cupe o apocalittiche o visionarie e
immaginifiche che i versi tendono ad assumere in determinati passaggi,
ma occorre farsi trasportare, ora a fondo, ora in alto, dal loro potere
evocativo e figurativo, per approdare infine ad una visione d’insieme
che si regga sull’equilibrio dei contrari, dei contrasti e degli
opposti. Perché tutto alla fine converga nella percezione quanto più
possibile affine alla sensibilità e all’intelligenza emotiva di ciascuno
di noi.
Questi episodi di svariata bellezza nascono da un dialogo intimo fra
le due autrici, che a ruota libera, a briglia sciolta, si sono alternate
nella composizione riprendendo ognuna un concetto dal componimento
precedente dell’altra, come passandosi un testimone, fino a tracciare un
tragitto quanto più aperto all’interpretazione, anche simbolica, da
parte del lettore. L’alternanza si evince anche dallo stile differente
delle liriche che spaziano dalla suprema visionarietà alla più recisa
essenzialità, proprio a legittimare la continua tensione tra gli opposti
e i complementari.
Seppur partendo da angolazioni differenti, livelli percettivi
diversi, sensibilità personali e approccio stilistico proprio,
l’in-tento comune delle autrici è sempre stato quello di condurre la
poesia a un comun denominatore che possa valorizzare l’idea che ognuna
di esse soggettivamente ha della Bellezza.
Un’opera diventa sinfonia quando gli strumenti producono suoni in
accordo e concertazione che si valorizzino vicendevolmente. Apporre una
pennellata differente e ulteriore al tema della Bellezza è stato un atto
di ribellione, anch’esso, per Morena e LuNa che, per indole e natura,
non amano percorrere strade già troppo battute. Coloro che scendono sotto la superficie lo fanno a loro rischio,
scrive Oscar Wilde nella prefazione de Il ritratto di Dorian Gray. E
LuNa e Morena lo sanno perfettamente. Praticare la Bellezza, per loro,
vuol dire assumersene ogni rischio e pericolo. Perché non viviamo per
stare al sicuro ma per sfidare il viaggio più complesso ed entusiasmante
concepibile: innalzare e travalicare noi stessi.
Non avverrà mai in tranquille zone di comfort.
I componimenti di Morena Oro hanno il font regolare, quelli di LuNa
hanno il font corsivo. La copertina vanta un’opera della pittrice Serena
Gagliardi, che ben rappresenta tutti i toni della bellezza ribelle.
Dorian De Beauvoir
Monetti Editore promuove la cultura dando voce ad autrici e autori che esplorano le profondità dell'animo umano e le complessità del nostro tempo, offrendo uno spazio editoriale a nuove idee, emozioni e riflessioni sociali.

LIBRO DELLA SETTIMANA
NARCISO IL TORMENTO DELL’ANIMA
di PATRIZIA MARIA MACARIO
Esistono libri che si leggono. Esistono libri che si studiano. E poi esistono quei rari libri che, pagina dopo pagina, ti attraversano. Ti entrano nelle ossa, si insinuano nei silenzi che credevi di aver dimenticato e, senza clamore, ti restituiscono una verità che forse avevi smesso di cercare.
Narciso. Il tormento dell’anima è uno di questi.
Ho tra le mani un’opera che non teme di guardare il male negli occhi, e lo fa con la precisione chirurgica di chi il male lo ha subito, analizzato, smontato pezzo dopo pezzo per poterne infine parlare senza essere più posseduta. Non è un trattato di psicologia, sebbene la lucidità analitica ne percorra ogni pagina. Non è una memoria intima, sebbene la voce che lo abita sia così autentica da sembrare, a tratti, un monologo interiore che il lettore fa proprio senza accorgersene. È piuttosto un’opera di frontiera: il racconto di una sopravvivenza che diventa, con pazienza artigianale, strumento di conoscenza.
L’autrice compie un’operazione letteraria e umana insieme. Ci conduce dentro il meccanismo perfetto e perverso del narcisismo patologico – la maschera di affabilità, il corteggiamento come trappola, la lenta e inesorabile riscrittura della realtà – ma non si limita a descrivere il carnefice. Il suo sguardo, e qui sta la cifra più alta di questa scrittura, si posa con altrettanta onestà sulla vittima. Su di sé. Sulla parte di sé che ha scambiato la dipendenza per amore, la paura per passione, l’annullamento per dedizione.
Leggendo, ho pensato a quanto sia difficile raccontare il dolore senza autocommiserazione, e quanto sia ancora più difficile farlo con la chiarezza di chi ha dovuto attraversare il buio più volte prima di imparare a riconoscerne i segnali d’ingresso. Questo libro è il frutto di quel lungo apprendistato. Non c’è ingenuità in queste pagine, e non c’è nemmeno cinismo. C’è la sapienza amara e dolcissima di chi ha smesso di chiedersi “perché a me” per cominciare a chiedersi “cosa posso imparare perché non accada più”.
E poi, a un certo punto, accade qualcosa di inaspettato. La scrittura cambia registro. Il respiro si allarga. Dopo il racconto del tormento, dopo la cronaca minuziosa delle relazioni che consumano, emerge una figura nuova: la Nemesi.
Non la dea della vendetta, badiamo bene. Non c’è, in queste pagine, il facile conforto della rivalsa. La Nemesi che nasce dal silenzio e dalla pratica paziente di sé è altra cosa. È la donna che ha smesso di attendere salvezza perché ha imparato a essere, lei stessa, la propria salvezza. È la voce che non chiede più, non supplica più, non si dissolve più nell’altro perché ha ricomposto, frammento dopo frammento, il proprio centro.
Da scrittore, sono rimasto colpito dalla struttura stessa del libro, che procede per cerchi concentrici: ogni capitolo sembra riportare la protagonista allo stesso punto di partenza, ma ogni volta con una consapevolezza più alta. È una forma che ricorda il percorso terapeutico più autentico, quello che non procede in linea retta ma a spirale, dove ogni ritorno al dolore è in realtà un superamento. E la scrittura si fa specchio fedele di questo movimento: intensa, sincera, capace di reggere il peso della ripetizione senza mai cadere nella retorica.
C’è un passaggio, in particolare, che mi ha fermato. L’autrice scrive: “Mi ero convinta che amarlo significasse sopportare, giustificare, restare. E in questo inganno sottile avevo scambiato la sottomissione per dedizione, la paura per passione, il dolore per profondità.”
Queste parole sono il cuore di ogni relazione tossica. E metterle sulla pagina con questa nudità, senza schermi, senza l’alibi della letteratura, è un atto di coraggio che merita il massimo rispetto. Perché non si scrive così senza aver pagato un prezzo. Non si scrive così senza aver toccato il fondo e aver deciso, comunque, di risalire.
Ma questo libro non è solo per chi ha vissuto l’inferno del narcisismo patologico. È per chiunque abbia amato qualcuno che non sapeva amare. Per chi si sia mai chiesto, in una relazione, se fosse giusto sentirsi così poco. Per chi abbia scambiato il dolore per intensità e la sofferenza per prova d’amore. E, credo, anche per gli uomini che non hanno mai avuto il coraggio di guardare in faccia il meccanismo di cui sono stati, talvolta inconsapevolmente, artefici.
L’autrice non offre ricette. Non promette guarigioni facili. Non si erge a maestra di nulla se non della propria esperienza, attraversata con una tenacia e una lucidità che fanno di questo libro non solo un atto letterario ma un gesto politico nel senso più alto: restituire linguaggio a ciò che tace, nome a ciò che confonde, forma a ciò che distrugge.
E poi, alla fine, dopo il viaggio nel buio, dopo le cadute e le risalite, dopo il diario e la solitudine e la faticosa ricostruzione di sé, c’è l’amore. Non l’amore che chiede, non quello che si annulla, non quello che si accontenta di briciole. Un amore diverso, conquistato, finalmente scevro dal bisogno. Un amore che può esistere solo dopo aver imparato, prima di tutto, ad amare se stessi.
“Oggi la parola che amo di più è ‘rispetto’”, scrive l’autrice nell’epilogo, “ed è più forte dell’amore, ed è ciò che dopo trent’anni mi tiene legata a colui che ho rispettato in nome dell’amore.”
Questa frase, così semplice e insieme così radicale, potrebbe essere la sintesi di tutto il libro. Perché il rispetto, a differenza dell’amore inteso come fusione, è una scelta consapevole. È un limite che si pone. È una dignità che non si calpesta. È la condizione, forse, per un amore che non distrugga più.
Non so se esista una guarigione totale dalle ferite che questo libro racconta. Ma so che esiste la trasformazione. E so che quando un’esperienza così intima e dolorosa viene lavorata fino a diventare scrittura, fino a diventare dono per gli altri, allora il male ha smesso di essere l’ultima parola.
Per questo Narciso. Il tormento dell’anima non è solo un libro. È un atto di giustizia poetica verso se stesse e verso tutte quelle che non hanno ancora trovato il modo di dire ciò che hanno vissuto. È una mappa per chi è ancora nel tunnel. È una carezza per chi ne è appena uscita, stordita dalla luce. Ed è, per chiunque lo legga, l’occasione rara di incontrare una verità che non giudica, non condanna, ma semplicemente – potentemente – riconosce.
Chiuderlo non è come chiudere un romanzo. È come uscire da una stanza in cui si è stati finalmente ascoltati. E portarsi dentro, per sempre, quella voce che dice: non sei stata tu a sbagliare. Sei stata tu a credere. E quel coraggio, oggi, è la tua forza più grande. L’Editore, Salvatore Monetti
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