AGOSTO Per me non è un mese sul calendario. È una stanza della memoria, piena di luce accecante e di polvere dorata che danza nell’aria calda. È il luogo dove, ogni anno, la mia mente torna in pellegrinaggio. Rivedo il bambino che sono stato, con la pelle salata e i piedi nudi bruciati dalla sabbia rovente. Le giornate erano fatte di un tessuto diverso, allora; sembravano non finire mai. Erano ore intere passate a tuffarsi in un mare piatto e oleoso, a costruire fortezze effimere che il tempo avrebbe cancellato con indifferenza, lasciando solo il ricordo umido di ciò che è stato e non è più. Sentivo il cigolio della mia bicicletta, la furia dei pedali spinti in salita per raggiungere la pineta, il vento che già allora mi fischiava alle orecchie storie di libertà. E poi la sera. Le serate. Il jukebox come un altare, con le sue luci ipnotiche e i suoi dischi che promettevano l’infinito. Ed è lì, in quel chiarore artificiale, che ho bruciato i miei primi amori. Erano fatti di sguardi rubati, di mani sudate che si sfioravano per la prima volta, di balli goffi e promesse sussurrate che credevamo eterne, ignari che invece sarebbero durate lo spazio di una canzone. Li ho dati tutti al fuoco, quei amori, come legna secca per un falò che doveva scaldare una notte sola. Ricordo i falò veri, quelli sulla spiaggia. Le fiamme che si specchiavano nel nero della notta, il crepitio della legna, le chitarre stonate, le risate che si perdevano nel rumore del mare. E gli amici. I volti illuminati dal bagliore arancione, gli occhi pieni di sogni e di quella incoscienza che solo la giovinezza sa regalare. Dove sono finiti tutti? Alcuni li ho persi per strada, altri li ha portati via la vita, altri ancora vivono solo in queste fotografie sbiadite che custodisco dentro di me. Ora agosto è diverso. È un mese che finisce. È il calendario che avanza inesorabile, è la malinconia di un’estate che se ne va, portandosi via un altro pezzo di anno. La vita di adesso è fatta di altro, di cose più solide e forse più noiose. Ma in questo caldo, in quest’aria che sa di salsedine e di resina di pino, tutto ritorna. Non è più vita, è ricordo. È il tesoro amaro e dolcissimo di tanti amori bruciati in una notte, di amici persi per sempre, di gioie così pure che ormai quasi fanno male a ricordarle. È tutto lì, in quella stanza della memoria. Io apro la porta, e per un attimo ci sono ancora.
