Esiste un suono antico,
primordiale, che è il respiro stesso della terra. È un fruscio di vento che
scende dai crinali della Majella, si intride del sale dell’Adriatico e
accarezza le pietre dei borghi abruzzesi, portando con sé voci, memorie, e
un’emozione pura e tagliente come la luce dell’alba. È in questo fruscio che si
immerge l’anima poetica di Antonella Colonna Vilasi, e da esso trae ispirazione
questa sua silloge, un viaggio lirico che è insieme mappa del cuore e geografia
di una terra forte e generosa.
Antonella non è solo una
scrittrice o un’accademica; è una cantrice del reale, un’alchimista
che sa trasformare la materia grezza dell’esistenza - un’onda, un ricordo, una
luna sorta tra i vicoli di un paese - in pura essenza poetica. Le sue poesie,
come ci svela questa raccolta, non descrivono semplicemente il mondo: lo interrogano,
ne assorbono il pathos per restituircelo tradotto in un linguaggio universale
che parla direttamente all’anima.
Il viaggio inizia con un
seme di verità, con il lampo lirico di “Chiacchiere”, dove la
poetessa ci guida oltre il rumore bianco del sociale, verso un silenzio
interiore in cui riscoprire l’autenticità. È il primo, necessario passo per
accostarsi alla sua opera: spogliarsi del superfluo per essere ricettivi alla
grazia.
E poi, ecco il mare.
Nelle sue liriche marine, Antonella compie un miracolo: evita ogni facile
cliché per donarci un’esperienza totalizzante. Il suo non è lo sguardo di un
turista, ma di una tempesta emotiva che osserva un’altra
tempesta. L’onda non è solo acqua, ma un “sofisticato meccanismo emotivo”, un
sussurro che giunge all’anima (“E mi giunge dell’onda il sussurro”),
portando con sé l’ineffabile presenza di una persona amata, un “ti porto con me”
che diventa colonna sonora di un sentimento puro e perenne.
Ma la vita non è solo
idillio, e la poesia di Antonella non rifugge l’ombra. In “Briciole”,
la sua voce si fa frammento, dolore performativo. Qui, la poetessa non racconta
il dolore, lo incarna. Con un gesto disperato e tenace, raccoglie
le briciole di un sentimento dopo il passaggio distruttivo del “tarlo” del
ricordo o della vastità del “mare” dell’oblio. È in questa tensione tra
distruzione e ricostruzione che risiede la sua forza: la capacità di mostrare
la ferita senza mai perdere la dignità della bellezza.
E poi c’è l’Abruzzo. Un
Abruzzo che non è solo sfondo, ma persona poetica. È la terra che “viene
ai piedi” in “Quando comincia una giornata”, un invito
confidenziale a una rinascita quotidiana, a respirare l’alba come un atto di
pura grazia. Ed è anche l’Abruzzo che scompare, colto con struggente lucidità
in “Quando trovo il tempo”, dove la malinconia non è solo per ciò
che è stato, ma per ciò che stiamo perdendo senza quasi
accorgercene. In questa poesia, come in “La bella spiaggia con la
sabbia d’oro”, il lamento per un mondo che muore diventa universale, un
monito velato ma potente sulla fragilità della bellezza.
E infine, la luna.
In “Quando spunta la luna”, Antonella raggiunge vette di sublime
essenzialità. È un piccolo gioiello di economia poetica, dove la scelta di ogni
parola è un colpo di scalpello che libera la statua dal marmo. Il muro, i
cavalli che non tornano, la luce trasfigurante: sono immagini fulminanti che,
nella loro disarmante semplicità, racchiudono interi universi di attesa,
perdita e meraviglia.
Il dialetto abruzzese,
che si alterna all’italiano in questo concerto di voci, non è un orpello
folkloristico, ma la linfa madre di questa poesia. È la lingua
del cuore, quella che scava più a fondo nel solco della memoria e
dell’identità, esaltando il legame viscerale tra la poetessa e la sua terra.
“Fruscio di Vento” è
dunque molto più di una raccolta di poesie. È un diario dell’anima e
del paesaggio, un atto d’amore verso l’Abruzzo e una riflessione profonda
sulla condizione umana. Antonella Colonna Vilasi, con la finezza
dell’intellettuale e il cuore della poetessa, ci consegna un’opera in cui ogni
verso è un respiro, ogni immagine un paesaggio interiore. Ci invita ad
ascoltare, finalmente, quel fruscio lieve e potente in cui si nascondono tutte
le risposte. E, dopo averla letta, il mondo non ci apparirà più lo stesso, ma
trasfigurato dalla sua luce poetica. L’editore, Salvatore Monetti.
Monetti Editore promuove la cultura dando voce ad autrici e autori che esplorano le profondità dell'animo umano e le complessità del nostro tempo, offrendo uno spazio editoriale a nuove idee, emozioni e riflessioni sociali.
LIBRO DELLA SETTIMANA
IL FILO DOPPIO DELLA MEMORIA
di PELLEGRINO GRAZIANO
Nel cuore di Salerno, tra le ombre di vicoli antichi e il respiro del mare, una vecchia Tessitrice siede accanto a un telaio incantato. Attorno a lei, un cerchio di bambini ascolta rapito: le sue mani intrecciano fili d’oro e d’argento, ma ciò che realmente tesse è il tempo stesso, e con esso la memoria viva e pulsante di una città che parla attraverso le sue leggende.
Il filo doppio della memoria è una raccolta di racconti che si snoda come un unico grande affresco narrativo, dove passato e presente si specchiano, legati da un filo invisibile ma indissolubile. La voce della Tessitrice guida il lettore attraverso secoli di storia, sogni e apparizioni: dalle origini mitiche di Salerno con l’eroe Filottete e le sirene del golfo, alle visioni medievali dei monaci neri, passando per le magie di Pietro Barliario e le cure sapienti delle medichesse della Scuola Medica Salernitana. Ogni leggenda è un canto che rinasce dalla trama del telaio, evocando personaggi memorabili: la Bella Salernitana che danza tra le rovine del tempo; il fantasma innamorato del Duomo che cerca il suo amore perduto; la Regina Verde dei giardini di Minerva; i leoni del portale che si muovono nelle notti di tempesta; la Cerva Guardiana dei mondi, che custodisce il varco tra realtà e sogno. In un crescendo poetico e malinconico, le storie si intrecciano in un unico racconto, fino alla grande danza finale: quando, sulla riva del mare, la Bella Salernitana canta sotto la luna e convoca tutti i protagonisti delle leggende a una veglia incantata. Insieme, affidano Salerno al tempo e alla memoria, perché nulla venga dimenticato. Con uno stile lirico e incantato, tra favola e storia, questa raccolta è un omaggio alla bellezza fragile e misteriosa della città di Salerno — e un invito a riscoprire, nel doppio filo della memoria, ciò che ci unisce agli spiriti di chi è venuto prima di noi.

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